Missioni

Artigiani di pace, i missionari animano scuole e mense, lavorano negli ambulatori, ridestano la speranza in favelas e bidonvilles.
I Giuseppini del Murialdo, che, in oltre 100 anni, sono arrivati in una quindicina di paesi del mondo spinti dalla passione per il Vangelo e per l’uomo, impegnandovi tutta la loro vita e le loro energie di mente, di cuore e… di braccia, fino a pagare, non di rado, anche sulla loro pelle la loro fedeltà.
L’impegno della congregazione nelle missioni è molto antico, perché già nel Primo Regolamento è presente la volontà di andare oltre i confini della madre patria, anche se questo desiderio si concretizzerà solo nel 1904, con l’invio dei primi missionari a Bengasi, in Libia.

Sulle orme dei primi missionari partiti per il Nord Africa, p. Girolamo Apolloni, fr. Maurizio Costa e fr. Carlo Alunno altre centinaia di Giuseppini hanno poi valicato, negli anni, confini, mari ed oceani, per portare il Vangelo ai quattro angoli del mondo:

  1. il 1 dicembre 1914 partono da Genova verso terre brasiliane p. Oreste Tromben e d. Giuseppe Longo;
  2. nel 1922 p. Emilio Cecco e p. Giorgio Rossi salpano dallo stesso porto per raggiungere il Vicariato Apostolico del Napo (Ecuador);
  3. nel 1933 un altro gruppo di missionari raggiunge Tripoli per avviarvi una colonia agricola.

A quel tempo le difficoltà erano soprattutto di tipo logistico: viaggiare nei deserti o tra le foreste, attraversare i mari o i fiumi, era sempre fonte di gravi pericoli, così come le malattie tropicali, senza dimenticare la necessità di doversi procurare il cibo o imparare la lingua locale.

Ma le difficoltà non frenano lo slancio missionario della congregazione, e nuovi fronti di apostolato si aprono in altri Paesi del mondo:

  • l’Argentina nel 1936,
  • il Cile nel 1947,
  • gli Stati Uniti nel 1949,
  • la Spagna nel 1961,
  • la Sierra Leone nel 1979,
  • la Colombia nel 1983,
  • la Guinea Bissau nel 1984,
  •  il Messico nel 1990,
  • l’Albania (dove troverà la morte, assassinato, p. Ettore Cunial) nel 1996,
  • la Romania e l’India nel 1998,
  • il Ghana nel 1999.

 

La vera sfida dei missionari è sempre quella di inculturare il Vangelo nella vita delle persone, incarnare il messaggio di salvezza nella vita quotidiana, stando bene attenti a non imporlo e a non presentarlo come qualcosa che viene da lontano.
Sono sempre attenti, per questo, a prestare attenzione e rispetto alla cultura locale, valorizzando le tradizioni del territorio nella liturgia e nell’educazione dei giovani.

Ma non pochi problemi sono arrivati, da ultimo, a rendere più difficoltoso il lavoro dei missionari. La globalizzazione ha ampliato l’offerta dell’informazione, ma, con questa, si sono diffusi il confronto con la civiltà occidentale ed il consumismo, che nei Paesi del terzo mondo è fonte non solo di furti e ruberie, ma anche di frustrazione e depressione. In Africa ed in America Latina è molto forte anche il problema delle sette che, sfruttando l’ignoranza delle persone ed il loro desiderio di felicità, hanno molta presa sulla popolazione, promettendo felicità illusorie e a portata di mano.

In ogni Paese dove è presente la congregazione, problemi particolari si aggiungono a quelli globali: in Sierra Leone i missionari si trovano a dover “ricostruire” le persone terrorizzate dalla crudeltà di una lunga guerra civile; in Argentina si scontrano con la povertà e la disoccupazione dei grande centri urbani; in Colombia con il narcotraffico e la guerriglia.
Altro elemento comune è la corruzione dei governi, che crea enormi difficoltà per lo sdoganamento dei containers con gli aiuti, avere un’autorizzazione, far arrivare alla popolazione le risorse a cui ha diritto.
Ma a nuovi problemi, nuove soluzioni, diceva il Murialdo.

Lo ribadiscono le Linee di Programmazione dell’ultimo Capitolo Generale della congregazione: “Vediamo con gioia e incoraggiamo l’impegno e la dedizione dei confratelli e dei laici nei territori di missione, la crescita della coscienza missionaria in congregazione, l’apertura di nuovi fronti di evangelizzazione e promozione umana in Paesi poveri del mondo e delle periferie dei grandi centri urbani”.

Pronti, insomma, ad accettare le nuove sfide che il mondo moderno presenterà alla passione per il Vangelo e per l’uomo dei Giuseppini.